Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni

Se qualcuno affermasse che potremmo risparmiare 70 miliardi l’anno senza diminuire la spesa pubblica o combattere l’evasione fiscale, che potremmo far ripartire l’economia risparmiando 70 miliardi l’anno e investirli per la ripresa delle nostre imprese, e che potremmo avere a disposizione 70 miliardi senza uscire dall’Euro e rispettando i Trattati… ci credereste? La soluzione è questa, lo dice l’articolo 123 del Tfue: il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi.
Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro e lo presta alla banca pubblica allo 0,25% e la banca pubblica lo presta allo Stato allo 0,50% invece che all’attuale 4%. Su 2.000 miliardi di debito pubblico arriveremo a risparmiare 70-80 miliardi l’anno. Troppo bello per essere vero? Per la Germania no. Lo fa già! Per la Francia no. Lo fa già! Noi, comunque, lo abbiamo chiesto direttamente all’Unione Europea e alla Bce. La risposta è stata che sì, si può fare.
Le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, le tasse aumentano, si tagliano i servizi? Bene, tutto questo si potrebbe evitare e subito.

Nell’intervento che segue, l’approfondimento tecnico e la corrispondenza con la Bce.
Nella speranza che “qualcuno” prenda in considerazione molto seriamente la proposta, subito.

Il debito pubblico è un problema di interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere

L’immagine che ognuno di noi ha dell’Italia è di un paese in cui “non ci sono soldi” e la spiegazione che ci viene fornita è che i governi, da decenni, spendono di più di quello che incassano, per cui l’accumulo dei deficit pubblici cronici ha creato un enorme debito rendendo necessaria l’austerità.
In realtà, la causa dell’elevato debito pubblico, attualmente di 2.100 miliardi, sta nel fatto che negli ultimi trent’anni lo Stato italiano ha pagato più di 3.000 miliardi di interessi. La soluzione del problema è quindi ridurre il costo degli interessi sul debito.
Il problema del debito pubblico non è, quindi, un problema di deficit eccessivi, ma di interessi eccessivi: ce lo dicono i dati. Se guardiamo i numeri nella tabella successiva, vediamo che il debito pubblico italiano è esploso di colpo tra il 1982 al 1993, quando la spesa per interessi passò da 35 a 156 miliardi (convertendo le lire di allora in euro di oggi). Si può quindi sostenere che, a parità (presumibilmente) di sprechi e corruzione, il debito pubblico è aumentato a causa della spesa per interessi.

tabella-pese-per-interessi-sul-debito-pubblico

Tabella – Spese per interessi sul debito pubblico

Come si vede nell’ultima colonna della tabella (in valori attualizzati e traslati in euro di oggi) la spesa per interessi è raddoppiata in quattro anni, dai 35 miliardi del 1980 ai 69,8 miliardi del 1984 e di nuovo è raddoppiata a 142 miliardi nel 1991 per toccare un picco a 157 miliardi nel 1992.

Nella tabella si legge anche che dal 1992 lo Stato italiano ha applicato politiche di austerità, cioè di aumento delle tasse, incrementando le sue entrate in modo da avere sempre un avanzo di bilancio (differenza tra spese ed entrate prima degli interessi), come si vede nell’ultima colonna. Nonostante più di vent’anni di politiche di austerità, cioè di imposizione fiscale crescente, iniziate con i governi Ciampi e Dini nei primi anni ’90, lo Stato non è poi più riuscito a ridurre il debito pubblico a causa della “rincorsa” degli interessi che si cumulavano.

Grafico- Aumento del deficit a causa dei finanziamenti sul mercato

Grafico- Aumento del deficit a causa dei finanziamenti sul mercato

La ragione di questa esplosione di spesa per interessi, è che nel 1981 è caduto l’obbligo della Banca d’Italia di comprare debito pubblico calmierandone gli interessi.

La “troika” (Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario) e i governi Monti, Letta (e ora sentiremo Renzi), non menzionano mai, però, questo semplice fatto, ovvero che il debito pubblico si è cumulato a causa del fatto che lo Stato si è finanziato sul mercato e quindi pagando interessi reali elevati, mentre prima usufruiva del finanziamento della Banca d’Italia che ne riduceva il costo ad un livello pari o inferiore all’inflazione, quindi il debito non si accumulava (in percentuale sul Pil).
Detto in parole semplici, lo Stato italiano è stato obbligato a farsi prestare denaro a costi di interessi dettati dalle banche estere (diciamo dal mercato finanziario estero), quando invece avrebbe potuto continuare a farsi finanziare a costo zero dalla Banca d’Italia.
Se quindi eliminassimo questo laccio finanziario che costringe all’austerità permanente, l’Italia potrebbe ridurre le tasse in modo sostanziale e tornare ad essere un paese con un’economia paragonabile agli altri paesi europei, e non un caso quasi disperato di depressione economica come accade ora.

La soluzione

Lo Stato italiano potrebbe invertire questo dannoso meccanismo, e da subito. In apparenza non sembrerebbe possibile farlo se non uscendo dall’Euro e rompendo i trattati europei, perché con l’articolo 123 comma 1 della ‘versione consolidata del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea’ viene vietato alla Banca centrale europea di finanziare l’acquisto diretto di titoli di Stato e l’unica azione che la Bce può fare è quella di creare denaro per prestarlo alle banche.

Il comma 1 dell’articolo 123 recita testualmente: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca Centrale Europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”.

Da quando è iniziata la crisi finanziaria nel 2008, la Bce ha creato (“dal niente” e senza costi) circa 2.800 miliardi di euro e ha di recente fornito alle banche più di 1.000 miliardi ad un costo vicino allo zero, usati da queste per comprare titoli di stato a lunga durata come i Btp. In pratica le banche italiane hanno ricevuto prestiti ad un costo inferiore allo 0,5%, con cui hanno comprato Btp che rendevano più del 4%.

E’ evidente che se lo Stato potesse prendere a prestito dalla Bce lo stesso denaro che ha fornito alle banche a questo tasso, risparmierebbe decine di miliardi ma, come sappiamo, questa strada sembra sbarrata, oltre che dall’opposizione dei quattro paesi nordici, dai trattati europei che l’Italia stessa ha firmato.

In realtà il comma 2 dello stesso articolo 123 offre una scappatoia agli Stati dell’Eurozona perché prevede che anche gli enti creditizi di proprietà pubblica possano ricevere i finanziamenti dalla Bce. E poi, nulla impedirebbe loro di girare questi soldi allo Stato.

comma 2 articolo 123 – Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati.

Uno Stato della Ue che controllasse gli enti creditizi, potrebbe farsi finanziare da loro i deficit, pagando un interesse vicino a quello che la Bce offre, cioè vicino allo zero e comunque non superiore all’inflazione.

Su un debito pubblico italiano attuale di circa 2.000 miliardi, questo significherebbe arrivare a pagare interessi per 10-20 miliardi annui, invece che gli oltre 80 miliardi attuali.

Le cifre che indichiamo sono esemplificative e l’analisi potrebbe essere fatta in modo più dettagliato, ma la sostanza è che se il debito pubblico venisse man mano rifinanziato tramite prestiti diretti di banche pubbliche (che hanno accesso al finanziamento della Bce), il suo costo non verrebbe più determinato dal mercato finanziario. Si tornerebbe cioè alla situazione pre-1981, quando il costo del debito pubblico non era un problema perché era costantemente pari o inferiore all’inflazione.

Va sottolineato che non ci sarebbe alcun rischio per le banche pubbliche, perché lo Stato italiano, al netto degli interessi, è un ottimo “pagatore”, come si evince dai dati della tabella precedente.

Uno scambio di email con la Banca Centrale Europea
La strada per arrivare a risparmiare anche 70 miliardi di euro di interessi all’anno per lo Stato italiano, quindi esiste. Abbiamo voluto verificare questa possibilità, (già applicata in Germania e Francia tramite due enti pubblici, rispettivamente KfW e Bpi), contattando gli uffici dell’Unione europea e interrogandoli circa la fattibilità dell’utilizzo di banche pubbliche per finanziare lo Stato.

La risposta ricevuta per email a nome della Bce è stata affermativa [leggi il documento originale]: “Il divieto di scoperto bancario e di altre forme di facilitazione creditizia in favore dei governi non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”. Inoltre, in riferimento a banche pubbliche: “Gli istituti di credito possono liberamente prestare i soldi ai governi o comprare i loro titoli di stato, nonché prestare soldi a qualsiasi cliente”.

E’ quindi possibile per lo Stato italiano nazionalizzare una banca che acceda poi alla liquidità della Bce e finanzi il suo debito ad un tasso di interesse appena superiore a quello applicato dalla Bce stessa, e in ogni caso sempre molto inferiore a quello di mercato che, va ricordato, è attualmente superiore del 3% all’inflazione.

Stiamo parlando qui di come “trovare” non due o tre miliardi con l’Imu, con qualche privatizzazione o risparmiando su sanità, scuole, infrastrutture, ma risparmiando sugli interessi, sulla rendita che da decenni lo Stato italiano paga a investitori esteri, banche e anche a investitori italiani.

Si tratta alla fine di scegliere se favorire la rendita finanziaria o il lavoro e le imprese. La rendita finanziaria, cioè chi vive speculando, ha incassato in trenta anni dallo Stato, lo ricordiamo ancora, più di 3mila miliardi di euro di interessi, mentre le imprese e i lavoratori italiani venivano schiacciati da una tassazione soffocante, giustificata con il peso del debito pubblico di 2mila miliardi, creato dall’accumularsi di questi interessi.

Gli italiani devono rendersi conto che non è vero che “non si può fare niente” contro il peso del debito pubblico e delle tasse che ci ritroviamo a causa dei trattati firmati e delle posizioni degli altri governi all’interno delle istituzioni europee. In realtà, un governo italiano competente e che abbia a cuore gli interessi degli italiani invece che nel “mercato finanziario” può muoversi anche all’interno dei trattati europei.

Il nostro, oltre che un articolo, è anche un appello ai cittadini italiani che trovino convincenti i fatti che abbiamo esposto e diffondano, ovunque possano, questa soluzione pratica al problema del debito, allo scopo di mettere la parola fine alle politiche di austerità che stanno soffocando l’economia italiana.

Giovanni Zibordi, si occupa di mercati finanziari e gestisce uno dei siti finanziari più noti in Italia, www.cobraf.com economia a Modena, ha anche tre anni di dottorato in economia a Roma, un Mba a Ucla e ha lavorato precedentemente in consulenza manageriale, ha vissuto a Los Angeles e New York per sette anni.

Claudio Bertoni si occupa di impresa ed è stato per più di vent’anni imprenditore nell’ambito del commercio equo e solidale. Dottore in Scienze Agrarie, sa che i beni reali valgono più del denaro e ricerca, come cittadino, le soluzioni possibili ai problemi monetari di macroeconomia.

P.S. Alcune obiezioni che si potrebbe portare e relative risposte
Per quanto riguarda l’obiezione sul mancato rendimento che gli investitori privati italiani avrebbero sui loro investimenti in titoli di Stato, va notato che hanno oggi solo un terzo dei titoli di Stato e si concentrano in prevalenza sui Bot e Cct che rendono meno dell’1%, mentre gli investitori esteri e le banche si concentrano sui Btp che pagano intorno al 4%. Si può stimare quindi che su circa 80 miliardi di interessi annui, ne ricevano non più di 20-25 miliardi. In secondo luogo, i detentori di titoli di Stato in larga maggioranza appartengono alla fascia più benestante della popolazione, che è quella che ha in realtà beneficiato della crisi, perché ha goduto di rendimenti (al netto dell’inflazione) maggiori degli anni precedenti e anche di guadagni in conto capitale. In terzo luogo, se, a causa del finanziamento diretto di banche pubbliche allo stato suggerito, i rendimenti dei Btp scendessero intorno o sotto l’1%, le famiglie italiane potrebbero comunque investire in fondi e titoli di reddito fisso in tante altre parti del mondo. Infine, se i titoli di stato diventassero meno attraenti, le famiglie potrebbero essere spinte a investire allora di più in obbligazioni italiane aziendali, aiutando così il finanziamento delle imprese italiane.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •